La diagnosi e il suo “abbandono”

L’ utilità della diagnosi dipende da quanto siamo disposti ad abbandonarla.

La diagnosi inquadra e classifica le modalità di funzionamento alterate, cosa assolutamente necessaria per evitare di pretendere da genitori ma, ancor più da terapisti, performances in quel momento impossibili e per non trascurare alcune disfunzionalità sottintese alla diagnosi stessa: insomma, è utile ai terapisti e ai genitori per non stressare inutilmente i bimbi, per non pretendere sviluppi miracolosi, per lavorare in consapevolezza, ma anche per vivere in consapevolezza.

MA, udite udite, la diagnosi nel processo evolutivo pratico, ovvero nel percorso riabilitativo è utile e necessaria ma non ne fonda il progetto! Questo si fonda:

  • sulle abilità
  • sulla potenzialità
  • sulle motivazioni

Il terapista dunque, preso atto della diagnosi FORNITA DA UN MEDICO o anche da uno psicologo (ma qui poi occorre aprire un altro capitolo) si premura di comprendere:

  • quale sia il livello di sviluppo del bimbo
  • quali siano le abilità espresse e funzionali, indipendentemente dall’età cronologica
  • quali siano le abilità “in potenza”, dette emergenti
  • quali siano le preferenze , le attività , le quotidianità

In seguito il terapista individua l’età di sviluppo del bimbo, misura quali siano le aree più vicine all’età cronologica, comprende se esistono aree estremamente funzionali e comunica ai genitori:

  • COSA IL BIMBO SA FARE
  • cosa ci attendiamo che possa fare in seguito al lavoro sulle abilità emergenti,
  • come i genitori possono fare per partecipare al percorso evolutivo.

Fondamentale, in questo step di valutazione del bimbo il contributo dei genitori, che aiutano il terapista a comprendere all’interno della vita quotidiana, quali siano le attività, gli oggetti, il cibo, i colori, le coccole, i giochi, i luoghi che più rendano sereni bimbi e familiari.

Al contempo si individuano fisiologicamente quali siano invece le richieste che in quel momento il bimbo non può soddisfare o quali siano i momenti della giornata più stressanti o al contrario, più favorevoli per “stare insieme”, anche in ambito scolastico…

Insomma, abbiamo abbandonato la diagnosi o meglio, abbiamo preso atto dell’etichetta diagnostica e abbiamo iniziato a capire quale bambino realmente abbiamo davanti, nella sua interezza di persona, magari con un funzionamento parziale o parzialissimo, ma comunque un bimbo che possiede

  • preferenze
  • gusti personali
  • abilità
  • capacità
  • potenzialità

È questo il punto di partenza della riabilitazione:

  • rispetto dell’individualità
  • personalizzazione del progetto terapeutico
  • partecipazione attiva dei genitori, dei familiari e di chi si occupa del bimbo.

Soprattutto credo fermamente che la riabilitazione debba partire dal fornire speranza, la speranza e la certezza che oltre la diagnosi, c’è un bimbo.

Autore dell'articolo: Filomena De Nicotera

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