Logopedia e comunicazione: alcune cose che bisogna sapere

Capita spesso con le famiglie di fare confusione tra linguaggio e comunicazione,

è pur vero che logopedia deriva da “logos-pedeia” e quindi educazione del linguaggio, ma è anche vero che il linguaggio (inteso come linguaggio verbale) non è altro che un modo di comunicare, un canale di comunicazione.

Dunque riflettiamo: cos’è la comunicazione?

Essa ha un’etimologia latina, è un derivato di “commune” ovvero mettere in comune: ecco che si evince da qui il prerequisito fondamentale della comunicazione, la condivisione.

Se pensiamo all’etimologia della parola, ha la stessa radice di comunione, cioè condivisione di qualcosa.
Si presuppone quindi che la comunicazione sia costituita da almeno due elementi, per poterla definire tale ed essi sono il mittente, colui che trasmette e il destinatario, colui che riceve. Entrambi hanno in comune un terzo elemento, il messaggio.

Quando parliamo di comunicazione, dobbiamo distinguerne due tipi :

-la comunicazione verbale, che utilizza come come canale principale il linguaggio;
-la comunicazione non verbale, che utilizza tutti gli altri canali eccetto il linguaggio.

La prima forma di comunicazione del bambino appena nato è il pianto: infatti, se riflettiamo alla reazione comportamentale dell’adulto, esso non è altro che una richiesta di soddisfacimento dei suoi bisogni (fame, coccole, sonno, ecc…), possiamo quindi definire la comunicazione qualsiasi cosa (un segno, un suono, un gesto) che inneschi una reazione da parte dell’interlocutore.

Durante il primo anno di vita il bambino non utilizza il canale di verbale, eppure la madre lo comprende ugualmente: il bambino impara a comunicare efficacemente, ma solo per la madre poiché riesce a soddisfare i suoi bisogni.

Quando si può parlare di comunicazione efficace?

Per poterlo spiegare, dobbiamo analizzare due aspetti importanti della comunicazione: la forma e la funzione. Possiamo dire che la forma riguarda per lo più il linguaggio espressivo, mentre la funzione viene svolta dal canale non verbale. Possiamo suddividere il linguaggio (inteso come l’insieme di codici condivisi da una precisa etnia) in:

fonologia, la scienza che studia il modo in cui i suoni di una lingua vengono emessi;
morfo-sintassi, analizza l’aspetto strutturale dell’eloquio;
pragmatica, si sofferma sul contesto sociale in cui viene inserito il linguaggio.

Se questi aspetti sono corretti non avremo comunque una comunicazione efficace, poiché dobbiamo considerare gli aspetti paraverbali della comunicazione: lo sguardo, la gestualità, la mimica del viso e la prossemica (la disciplina che studia il comportamento, lo spazio e le distanze all’interno della comunicazione): infatti, due persone intime saranno molto vicine, al contrario due persone che si conoscono appena, mantengono una distanza di almeno 50 cm. A tal proposito si parla di prossemica pragmatica, cioè si guarda l’adeguatezza dei comportamenti in relazione al contesto.

Un altro aspetto molto importante è la prosodia: l’intonazione della voce quando si riferisce un messaggio.

Il mio pensiero è che possiamo ottenere una comunicazione efficace solo quando tutti gli elementi cooperano tra loro. Se immaginiamo di comunicare verbalmente senza l’ausilio del linguaggio paraverbale, molto probabilmente comprendiamo il significato del messaggio, ma risulta piatto e robotico; al contrario possiamo comunicare con il linguaggio non verbale, ma non sempre comprendiamo il messaggio.

In conclusione

Nell’ambito delle dinamiche di una comunicazione, è di molto rilievo l’ascolto: il mittente può trasmettere il messaggio all’interlocutore, ma se questo non si apre all’ascolto, la comunicazione risulta fallimentare.

Questo è anche il motivo per cui i bambini durante i primi mesi di vita sono principalmente ricettivi prima di iniziare un qualsiasi tipo di comunicazione; ecco perché intorno ai 18 mesi c’è la cosiddetta fase dell’esplosione del vocabolario: il bambino mette in atto tutto ciò che ha recepito durante l’esperienza dei primi mesi, ma non solo da un punto di vista linguistico, ma anche tattile, olfattivo, gustativo e motorio.

I genitori qui hanno un ruolo importante poiché sono proprio loro ad esporre i bambini a nuove esperienze sensoriali e allo stesso tempo non devono mai dimenticare di ascoltare i propri figli.

 

Autore dell'articolo: Emilia Picciotto

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